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Rosa rosa amore mio su Criticaletteraria.org

Una rosa taiwanese raccontata in dialetto siciliano

a cura di Samantha Viva
www.criticaletteraria.org, 09 dicembre 2018

 Il romanzo del taiwanese Wang Zhenhe, uscito nel 1984, con il titolo Meigui Meigui wo ai ni, è stato riadattato da Anna di Toro e pubblicato dalla romana Editrice Orientalia qualche anno fa, nel 2014. Hualian, nel romanzo originale, (Lotusa nella versione italiana) è la cittadina natale dello scrittore dove è ambientata la vicenda, che parte da una storia vera, ovvero l’arrivo, nel 1968, di un contingente di soldati americani in licenza dal Vietnam; all’evento fu dedicato addirittura un bar.  Fu un momento di grande festa per i cittadini della piccola località, che restò impresso nella mente del giovane Zhenhe, che pensò di scriverci un libro. Per varie ragioni il libro ebbe una gestazione lunghissima e uscì poi solo negli anni ’80, completamente rinnovato nell’idea, incentrandosi soprattutto sui preparativi che la comunità fa per accogliere al meglio i soldati, pensando di offrire loro delle giovani prostitute, opportunamente istruite come bargirls, per deliziare gli ospiti.   A capo dell’impresa di “riqualificazione” del personale sarà posto un insegnante di inglese delle medie, che, forte dell’appoggio di un potente locale, si farà un po’ prendere la mano e la trasformerà in un’occasione di rivalsa per le ragazze e per se stesso. Il tutto farcito da una comicità che a tratti sfocia nella satira. La particolarità della riduzione italiana del testo sta nell’espediente utilizzato dalla traduttrice per renderlo fruibile al pubblico italiano, ovvero l’uso del dialetto in ragione dei diversi registri linguistici utilizzati da Zhenhe.  Rispetto alla traduzione inglese, effettuata da Howard Goldblatt, che ha potuto beneficiare di più livelli di inglese, in italiano, l’unica alternativa linguistica accettabile e credibile era l’uso del dialetto. In particolare i personaggi parlano in catanese, lasciando un senso di smarrimento al lettore che pensa di trovarsi di fronte a scenari esotici e lontani, come la stessa traduttrice spiega in premessa, ma essendo la traduzione un dialogo con il testo e l’autore, la scelta è stata fatta per restare quanto più fedele possibile all’intento di mescolanza linguistica e denuncia sociale.  Il titolo del romanzo è il ritornello di una canzone degli anni ’40, che ebbe al suo esordio poco successo, ma che fu rifatta in una versione inglese qualche anno dopo, spopolando in tutta la Cina, cantata da diverse dive della canzone cinese. Simboleggia, ancora una volta, come l’influsso delle dominazioni e della cultura straniera abbia la meglio sull’originale prodotto locale.  Il romanzo trova la sua forza proprio nell’intreccio a più stratificazioni linguistiche, simbolo di commistione e contaminazione, portando con sé anche una velata denuncia politica. Nel 1949 infatti la fondazione della Repubblica Cinese di Taiwan porta ad una serie di cambiamenti per la popolazione, tra cui una durissima repressione linguistica, si veniva perseguiti con pene corporali se scoperti ad utilizzare il dialetto. Il nuovo governo cinese mal tollerava che la popolazione si riconoscesse più taiwanese che cinese. La struttura dell’opera è fortemente connessa a questo uso del linguaggio e lo stesso narratore, che per la maggior parte dell’opera appare onnisciente, a volte irrompe con precisazioni linguistiche e parentesi esplicative, creando un effetto straniante che ha il merito di coinvolgere il lettore nel tessuto narrativo. A volte sono i personaggi a raccontare la vicenda, come nel lungo racconto affidato a Leone il Nasone, nel capitolo 12.  La caratterizzazione dei personaggi, attraverso epiteti che rendano nel nome una caratteristica fisica ma anche una peculiarità della personalità, è anche questa una scelta di denuncia operata dal narratore, così come quella di suggerire alle ragazze, secondo la moda dell’epoca, un secondo nome inglese. Introducendo questa moda nel romanzo, così come numerosi oggetti di importazione americana, si pone l’accento sull’influenza delle dominazioni straniere, a livello ideologico, che impoveriscono e sviliscono la società taiwanese.  Dong Siwen, che in italiano diventa Concettino Finezza, è il protagonista, ovvero il professore di inglese, caratterizzato da manie di grandezza e con trovate al limite del ridicolo, oltre che moralmente corrotto, nonostante la sua parvenza da borghese osservante. E in questo suo applicare in maniera parossistica le buone pratiche della morale, la maggior parte delle quali ricavate dai precetti del confucianesimo,  sta la denuncia dell’autore alla corruzione dell’epoca. Nel testo italiano le radici culturali affondano nella filosofia greca, per rendere il contesto occidentale. Ma la denuncia alla politica corrotta e ai precetti morali che sono alla fine solo un pretesto per utilizzare a proprio piacimento e in un contesto formalmente corrotto il proprio sapere e le proprie radici, ci dicono molto del modo di agire dei vertici della società taiwanese dell’epoca. Una scelta coraggiosa e controcorrente, che ha il sapore di una scommessa, questo romanzo, che saprà sicuramente ritagliarsi un posto privilegiato nel cuore dei lettori più esigenti e attenti, che ne apprezzeranno l’originalità e lo spaccato culturale che è in grado di offrire. Samantha Viva

https://www.criticaletteraria.org/2018/12/Zhenhe-rosa-rosa-amore-mio.html

La casa dell'oppio su La Lettura

Il popolo, oppio di sé stesso
di Marco del Corona
La Lettura, 18 novembre 2018

Muore una Cina, ne nasce un’altra. Ma l’agonia della prima Cina è lenta e dolorosa, pagano gli innocenti. Liu Laoxia è un possidente, i campi che lo rendono ricco si coprono di papaveri da oppio. Accumula, governa. La sua famiglia è fatta di sudditi, non di congiunti, mentre Su Tong dissemina di indizi La casa dell’oppio, secco romanzo che Rosa Lombardi ha ora ritradotto: il filatoio «pendeva a mezz’aria» come «un enorme ragno», le pere «giacevano sbilenche a terra come teschi umani».
L’inferno è tra noi. Ma «la differenza tra intelligenza e stupidità si trova sul confine dei campi di papaveri» ed è lì che si staglia la figura del lavorante Chen Mao, dalla virilità incontenibile. Sta a lui trascinare un’epoca nell’altra, sul crinale del 1948-49, con la nascita della Repubblica Popolare di Mao. «Il 1948 brillò come una stella cadente» e la storia «vol-tava rapidamente pagina». I vecchi non s’illudono: «Non sperate di poter cambiare il destino». Non c’è liberazione, nessuna redenzione. Infatti, dice Chen, «o sono io il cane, o i cani sono loro», i padroni. L’oppio come doppia schiavitù: della nazione (vittima delle potenze coloniali) e degli uomini (che ne vengono annichiliti, fumandolo o producendolo). E la rivoluzione non cambia nulla. Gli uomini, loro sono l’oppio di sé stessi.

La casa dell'oppio su Il Manifesto

Vite ai margini della grande storia
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 15 settembre 2018

La ripubblicazione da parte della casa editrice Orientalia de La casa dell’oppio (traduzione di Rosa Lombardi, pp. 128, 12 euro) permette di riportare alla luce un piccolo capolavoro di Su Tong, considerato insieme a Yu Hua uno dei più grandi scrittori contemporanei cinesi. La critica, anche nostrana, ha sempre teso a relegare questo autore all’interno dell’avanguardia letteraria che pose le basi dell’attuale narrativa cinese nell’epoca delle aperture di Deng Xiaoping. Accedere a libri occidentali o, in generale, osservare e vivere in una Cina incredibilmente aperta all’esterno ha portato alcuni scrittori, tra i quali Su Tong, a sperimentarsi tanto nelle tecniche di narrazione quanto nel linguaggio.

Ma le numerose caratteristiche – stilistiche, ambientazioni, ritratti dei personaggi – di Su Tong, come segnala Maria Rita Masci nella postfazione a Vite di donne da lei tradotto (Einaudi, pp.130, euro 13, 2008) lo fanno uscire «quasi indenne dagli anni della violenza linguistica marxista-leninista, producendo uno stile così maturo e pacato da lasciare sbalorditi». E questo repêchage di Orientalia – la Casa dell’oppio era stato pubblicato nel 1995 da Theoria – è fondamentale per iniziare a conoscere, per chi non lo avesse mai letto, Su Tong: il libro tiene ben saldo lo spirito avanguardistico, aprendo squarci sulla produzione successiva di questo scrittore nato a Suzhou nel 1963.

NELL’EPOCA DELLE RIFORME di Deng, all’inizio degli anni ’80, alcune riviste letterarie intorno alle quali si radunarono nuovi scrittori cinesi, divennero la fucina di quella che possiamo considerare una parte consistente e rilevante della narrativa contemporanea cinese. Ma proprio La casa dell’oppio permette di inquadrare Su Tong all’interno di un percorso letterario personale – meno immediato e intuitivo di quello di altri autori di successo, specie in Italia – nel quale alcuni elementi, la tragedia della storia, il passato e il fato, si rincorrono, modificando il senso nel passaggio da un libro a un altro. Un passato incombente, capace di sconquassare il presente associandosi a quanto sta accadendo, come ne La casa dell’oppio, diventa una possibilità sfumata, un processo potenziale di cambiamento, di «come sarebbe potuta andare» in Vite di donne.
Il romanzo raccoglie l’ampio spettro di strumenti tecnici e forza immaginifica di Su Tong: racconta la fine inesorabile di una famiglia di proprietari terrieri nel periodo precedente e immediatamente successivo alla fondazione della Repubblica popolare nel 1949. Nelle terre della famiglia – la cui aria è intrisa di papaveri e oppio – si consuma la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova: questo trambusto storico, rappresentato dallo stato simil-confusionario dettato dalla presenza costante di oppio e papaveri, viene rappresentato da Su Tong in due modi: da un lato, sceglie un registro linguistico completamente libero, in grado di cambiare prospettive e punti di vista di continuo, passando da un discorso diretto all’altro senza alcun avviso; questo artificio permette al lettore di ondulare nella storia come i personaggi, tra strappi e riposi.

Ma la Casa dell’oppio è qualcosa di più di un romanzo di avanguardia – o di formazione, come viene classificato nell’analisi effettuata da uno dei migliori studi sull’opera di Su Tong, quello di Hua Li in Contemporary chinese fiction by Su Tong e Yu Hua (Brill, 2010). Ci sono alcuni stilemi che contraddistinguono l’intera opera dello scrittore: in primo luogo i personaggi, ordinari e ai margini della Storia. Come in Vite di donne o in Spiriti senza tempo (Feltrinelli, pp. 256, euro 13, traduzione di Rosa Lombardi), i protagonisti dei libri di Su Tong potrebbero essere situati in qualsiasi luogo o epoca. I cambiamenti storici – in questo caso la rivoluzione comunista – sono sullo sfondo, si percepiscono in modo esatto ma non attraverso il loro rutilante avanzare, quanto nei sentimenti dei personaggi, quasi volutamente assenti nella loro valutazione concreta di cosa stia succedendo al di fuori delle loro vite: proprio la loro esistenza è segnata dal chiacchiericcio del paese nel quale vivono, capace di scandire, come una Fama cinese, le evoluzioni, i torti, i soprusi, gli inganni e la violenza che contraddistingue la vita dei personaggi di Su Tong.

STORIE MINORI. Eppure, lo scrittore ha provato a confrontarsi con un personaggio dalla carica sontuosa. In Quando ero imperatore (Neri Pozza, pp.268, euro 15), come ha scritto lui stesso nella prefazione dell’edizione inglese, «è stato a lungo un mio desiderio quello di penetrare nei millenni della storia della Cina, di trasformarmi in un vecchio cliente in una casa da tè su un’antica strada nel mezzo di un mondo caleidoscopico con le sue masse brulicanti, e assorbire il passare del tempo con i miei occhi. Sono affascinato dai tempi classici; affascinato da palazzi, concubine e musica tradizionale; affascinato dalle vite di intrattenitori popolari che vagavano per tutto il paesaggio per esibirsi per la gente; affascinato dalla mescolanza di sofferenza e piacere». Ma nonostante questa attrazione anche l’imperatore di Su Tong è sospeso nel tempo, senza una collocazione precisa.
Nella Casa dell’oppio ricorre un’altra caratteristica: il passato che incombe costantemente sul presente, come dimostra – nel libro – l’assidua presenza del Padiglione, dei riferimenti a caratteri ereditari, della giara nella quale Chencao, uno dei protagonisti, crea il proprio mondo devastato dall’oppio ma purificato da quanto accade fuori da quella giara. Questo elemento richiama alla tradizione e a quegli elementi fantastici che Su Tong ha utilizzato spesso nelle sue opere: si veda a questo proposito I racconti fantastici (traduzione di Rosa Lombardi, 2017, Elliot, pp.121, euro 14,50) dove – come ne La casa dell’oppio – «l’apparizione imprevista di elementi estranei», scrive Rosa Lombardi nell’introduzione, turba la quotidianità.

COME IN ALTRI ROMANZI, anche qui il passato traccia la sua ombra sulle vite ed è difficile, se non impossibile, evitarlo. È quello che Deirdre Sabina Knight in Decadence, Revolution and Self-Determination in Su Tong’s Fiction (in Modern Chinese Literature Vol. 10, No. 1/2 Spring/Fall 1998) chiama «il senso dell’apocalisse» nei romanzi dello scrittore cinese, dimostrata dai «tanti ritratti di assassini delle generazioni successive» presenti nella sua opera. E ne La casa dell’oppio non mancano, così come non sono assenti le tare ereditarie, altro elemento costante nella poetica di Su Tong a ribadire la forza di un passato difficilmente relegabile nell’oblio dal corso della vita.
Nella Casa dell’oppio, inoltre, è presente la violenza terribile degli accadimenti, a chiudere il cerchio con passato, fatalismo ed elementi fantastici. La violenza, un altro classico dei libri di Su Tong, anche tra persone della stessa famiglia, costituisce la possibilità di leggere all’interno delle storie narrate, lo stordimento e la barbarie dei cambiamenti che la Cina ha dovuto trattenere negli ultimi decenni. Su Tong – e la Casa dell’oppio lo dimostra appieno – si tiene fuori da valutazioni, fa parlare le sue storie, i suoi personaggi estrapolandoli dal loro contesto così «cinese» per creare empatia universale legata alla domanda su quale sia il nostro posto al mondo.

«COME MOLTI CONTEMPORANEI – scrive Rosa Lombardi – Su Tong ambienta spesso i suoi racconti nei villaggi sperduti della Cina meridionale, ma nel suo caso si tratta di luoghi immaginari, rappresentati come zone arretrate e dimenticate dal mondo e dalla Storia, in cui regnano l’indifferenza, la crudeltà e la violenza. In Su Tong la realtà rurale non è più quella oleografica e moralistica del realismo socialista, ma non è neppure il luogo ideale in cui ricercare le radici della Storia e della cultura nazionale come teorizzato in molta letteratura degli anni Ottanta».
Nella Casa dell’oppio prepara il terreno per future produzioni, mentre il protagonista del libro si rammarica di non avere lasciato un’eredità degna di questo nome e il rappresentante della Rivoluzione porta a compimento la trasformazione, simbolicamente, attraverso la canna di una pistola. Su Tong ci riporta alla spiacevole verità di questa Cina 4.0 lanciata da decenni verso uno sviluppo inaspettato: come tanti altri paesi, la Cina non è mai stata innocente.

 

La casa dell'oppio su Criticaletteraria.org

Quei velenosi frutti della terra: La casa dell'oppio di Su Tong
di Mattia Nesto
Criticaletteraria.org del 31.8.18 Non è troppo difficile sostenere come davanti a La casa dell'oppio di Su Tong, ripubblicato in una bellissima nuova edizione da Libreria Editrice Orientalia per la traduzione, ancora una volta, di Rosa Lombardi, siamo di fronte a uno degli esempi più importanti della cosiddetta letteratura cinese contemporanea, addirittura del suo filone sperimentale. La casa dell'oppio è infatti un romanzo breve che affonda le radici (quali migliori parole da usare!) nella storia della Cina, quella immediatamente prima e immediatamente dopo La Grande Marcia di Mao e la susseguente rivoluzione. In un Paese/Continente come la Cina dove si è abituati a uno scorrere del tempo più lento e grave e dove tutto, volente o nolente, viene inglobato all'interno del modo di vivere "alla cinese", lo strappo che si è consumato con la Rivoluzione, reale e culturale, operata da Mao è stato fortissimo e, ovviamente, foriero di moltissime riflessioni, laddove la censura del Partito Unico lo permetta, da parte di numerosi intellettuali e scrittori. E tra questi intellettuali e scrittori, la voce di Su Tong è una delle più forti e nitide perché egli non riduce il discorso a una mera analisi storica dei fatti, di per sé impossibile vista la vicinanza temporale, ma, perfettamente "alla cinese", scarnifica e presenta al lettore gli immortali schemi che guidano le azioni degli esseri umani: la sete di potere, il desiderio di possesso e la pulsione erotica. Questi sentimenti, umani troppo umani, sono sublimati nel papavero, lo splendido/orrido frutto che regola la vita (e la morte) delle donne e degli uomini del villaggio Fengyangshu, dove giustappunto è ambientato il romanzo.      Un romanzo, dicevamo, breve, perché in poco meno di centocinquanta pagine e in un arco temporale che supera di poco i vent'anni, Su Tong, attraverso un registro stilistico vario e sperimentale, con il discorso diretto che tracima nel monologo interiore per poi passare a un personaggio terzo alla vicenda (procedimento questo molto affascinante e che certifica anche il carattere sperimentale del lavoro), presenta una storia abbastanza peculiare della società cinese: l'ascesa e il tramonto di una famiglia di proprietari terrieri, arricchitasi enormemente a seguito del commercio dell'oppio e poi, all'indomani della Rivoluzione, spogliata con la forza di tutti i suoi averi.   Detto così sembrerebbe il più o meno classico romanzo borghese europeo di fine Ottocento e inizio Novecento, ma siamo proprio fuori strada. Quello che rende davvero affascinante questo La casa dell'oppio è il modo in cui vengono descritte le vicende, raccontate da Su Tong con la gravità di un monsone e l'ineluttabilità dell'arrivo dell'inverno, eppure senza mai concedere neppure un grammo alla retorica o al romanzo d'appendice.    Il libro infatti è essenziale, esile eppure gravido di fatti e di sorprese, con svariati personaggi che si avvicendano sulla scena e che, seguendo qui un modello orientale di grande successo (riproposto anche negli odierni manga) per il quale "tutti sono imparentati con tutti", il sangue famigliare è un mero viatico non per compattare il proprio clan ma anzi è foriero di lutti, omicidi e lotte per il potere.   Il placido centro rurale di Fengyangshu insomma è il punto nevralgico dove le contraddizioni della Cina stordita dall'oppio e messa in ginocchio dalle potenze occidentali prima e dal rampante impero nipponico poi, e di quella rivoluzionaria desideroso di fare piazza pulita di tutto quell'impianto di valori perpetrati per secoli ne "l'impero di Mezzo" (così come i cinesi stessi chiamavano la loro nazione), entrano in conflitto e deflagrano, coinvolgendo i componenti delle varie famiglie, più o meno allargate, che andiamo a conoscere.   Padri, figli, amanti, banditi, servi, operai, schiavi, madri e prostitute: tutti i tipi sociali della Cina eterna scorrono tra le pagine de La casa dell'oppio, lasciando il lettore sì avvinghiato alle vicende ma soprattutto al tono con cui vengono raccontate, che piano piano non può che ricordare il suono deciso e solo apparentemente monotono di qualche strumento della tradizione cinese.    Questo romanzo breve è insomma un viaggio di sola andata in un Paese eterno e immortale con il quale, presto o tardi, tutti quanti noi dovremo fare i conti.  

Mattia Nesto
https://www.criticaletteraria.org/2018/08/Su-tong-la-casa-dell-oppio.html

Lussuria e pregiudizi imperiali - Pagina 99

«Oggi vi racconterò di un uomo straordinariamente brutto e vile d’aspetto, che per aver lasciato dimorare il suo cuore nell’impuro diede luogo a una storia veramente fantastica!».
Cominciano  così Le avventure di un ragazzo brutto, novella a tratti pornografica e a tratti omoerotica scritta intorno al 1630 nella Cina del sud, all’apice storico e geografico della di nastia dei Ming. L’ordinario di lingua e letteratura cinese Giovanni Vitiello, che proprio sull’omosessualità maschile della Cina tardo imperiale si è specializzato, non riesce ad accedere alla  copia  conservata  nella  biblioteca di Pechino ma consulta quelle conservate a Taiwan e in Giappone e, tramite una serie di casualità, entra in possesso di una trascrizione proprio a Berkeley, dove all’epoca  era  ricercatore.  Il racconto, magnificamente  tradotto, segue  le gesta di Niu Jun, studente di rara intelligenza bullizzato dai suoi compagni perché «brutto e bizzarro d’aspetto». Attraverso l’espediente narrativo del sogno, il ragazzo verrà trasformato in adone, scoprirà le gioie della sodomia e diventerà regina.  Godrà anche di donne vestendo prima l’identità maschile e poi quella femminile. Infine, dopo esser stato violentato da centinaia di soldati, con lo «spirito provato» e il «culo rotto», si risveglierà convinto ad abbandonare sia la lussuria che gli studi confuciani per ritirarsi nelle montagne a seguire «il cammino della perfezione spirituale».
Cecilia Attanasio Ghezzi